domenica 13 agosto 2017

RICORDI UNITRE 2012

Sfogliando tra gli scritti dei miei amici  del "Laboratorio di scrittura unitre, ho trovato un simpatico scritto di  RINALDO  AMBROSIA e mi piace riproporlo:




Partitura per versi e prosa

Sono voci che in quell’aula prendono forma.
Dapprima incerte, flebili, timorose, accennate. Parte il solista e il direttore inizia a scandire i tempi, a dirigere la partitura. Tu ti ritrovi tra altre persone che danno forma e vita alle loro pagine, alle loro parole. C’è un passato che si srotola, tra gioie e dolori, tra le pagine di vita e le storie che si intrecciano, che scaturiscono da un’infanzia comune. Luci e ombre di amori negati. Gesta di genitori che hanno cresciuto i figli sotto una pioggia di bombe.
Ci sono passioni sopite che urlano forte la loro presenza e la gioia di un verso fa capolino come un raggio di sole. Una partitura ti accompagna tra i sentieri agresti. Storie di città; oggetti che, come relitti, affiorano dal passato. E tu navighi, cullato dal suono delle storie, percorri sentieri che mai avresti conosciuto.
La poesia si fa spazio, ti sembra una fata che cammina a piedi nudi nella rugiada del bosco, ma il laboratorio reclama forte l’uomo faber. Il direttore d’orchestra chiede l’attenzione dei musicisti e allora, a casa, nelle pieghe del silenzio, tra gli spazi vuoti del giorno, chiudi fuori gli affanni e inizi a scrivere e a comporre.
Superi l’impatto dell’onda bianca del foglio, ti sembra una slavina che si infrange sui tuoi occhi e fa male quel biancore che ferisce. Scrivi, mentre acchiappi i tuoi sogni, imbrigli le tue passioni e trascini tutto sulla carta; lì vedi le parole nascere, un’aiuola che sboccia e fiorisce. Un soggetto va alla ricerca del suo predicato, un attributo cerca il suo sostantivo, mentre la congiunzione si lega a due periodi. Consegni alla scrittura il tuo mondo interiore, tutta la tua vita. É una partitura musicale che abbandona il foglio e si diffonde nell’aria.
Nel fare ciò, c’è un senso di piccolezza che ti coglie, ti sembra di rimpicciolire tutto, di farti da parte mentre la parola s’ingrossa e prende forma, mentre la storia cresce e si dipana. Sembra che ti spinga fuori, che ti releghi al ruolo di osservatore.
Tu sei solo un padre occasionale, lei è lì che vuole nascere e vedere la luce. Poi, quando tutto è concluso, prendi il foglio e nel laboratorio, sotto l’attenta direzione di Maria, dai fiato al tuo strumento e le parole fioriscono e si diffondono, rimbalzano nell’aula e, tra tutti i partecipanti, cresce e prende corpo la polifonia.
Laboratorio di scrittura dell’Unitre di Rivoli
Direttore: Maria
Musicisti: Rosy, Ivana, Anna, Beatrice, Silvana, Rosa Maria, Luciana, Rosa, Silvy, Maria Luisa, Gina, Mara, Lucia G. Lucia Z.
Renato, rinaldo Domenico, Osvaldo, Beppe, Franco,

                                                                                     rinaldo ambrosia, marzo 2012

 

giovedì 3 agosto 2017

Grazie Pablo!!!



Il componimento di un amico  dell'ultimo anno, molto gradito a tutti i componenti del mio
"Laboratorio di scrittura"
 
GRAZIE PABLO!!

 
lasciano un solo sole vuoto in un letto.
Di tutte le verità scelsero il giorno:
non s’uccisero con fili, ma con un aroma
e non spezzarono la pace né le parole.
E’ la felicità una torre trasparente.
L’aria, il vino vanno coi due amanti,
gli regala la notte i suoi petali felici,
hanno diritto a tutti i garofani.
Due amanti felici non hanno fine né morte,
nascono e muoiono più volte vivendo,
hanno l’eternità della natura.

 

da Cento sonetti d’amore di Pablo Neruda  

 

NERUDA è il primo poeta che ho amato nella mia vita di giovane uomo.

 

Quelli della scuola elementare e media, Pascoli, Carducci, Leopardi e gli altri li avevo subiti con non poca sofferenza da insegnanti tiranni ed ortodossi.

 

Era il 1969, avevo 20 anni, e da poco avevo conosciuto una giovane di nome Cristina di 17.

 

Faceva il liceo classico, colta, intelligente e curiosa mi aveva aperto la mente alle cose belle: letture, teatro, impegno politico, musei, curiosità.

 
Lavoravo di giorno e la sera andavo all’ Università, il mio tempo libero passava fra lei, il basket, letture, qualche amico e la famiglia.

 
Il giorno di un mio compleanno arrivò all’appuntamento con un bellissimo libro, I cento sonetti di Pablo Neruda, poeta cileno.

 
Poeta del’ amore, del sociale, della politica, della società civile, della natura umana.

 
Neruda fu per me una folgorazione, lessi e rilessi quelle poesie, assetato com’ ero di emozioni e vibrazioni per la passione amorosa che stavo vivendo.

 
Da lui ispirato scrissi molti versi. 

 
A distanza di quasi 50 anni non dimentico un attimo di quei momenti. GRAZIE PABLO!!

 
Neruda sarebbe morto poco dopo, il 23 settembre 1973 quasi sicuramente ucciso ad opera di sicari del dittatore Pinochet con la collaborazione di agenti della CIA.

 
In seguito mi appassionai ad altri poeti, Pavese fra tutti, ma in modo tiepido, il MOLOCH del lavoro mi divorava, convogliando le mie energie migliori nell’ ingranaggio micidiale dell’efficienza e produttività.

 
Fino all’ altro ieri mattina quando finalmente mi sono improvvisamente svegliato padrone del bene più prezioso, IL TEMPO.

marzo 2017                                                   Cesare Tambussi

sabato 29 luglio 2017

In fondo ai miei post leggp: nessun commento...
Casualmente ho trovato cliccando (blogger) numerosi commenti che non vedo in questo contesto?
Virrei capirne di più e nel mentre:



 Preghiera
 
di Maria Mastrocola Dulbecco
    

  PREGHIERA

La mia preghiera
è fatta
di parole mute
di candele accese
di sguardi imploranti.

Le mie mani vuote
le mie labbra chiuse
la mia nullità
è tutta racchiusa
nel desiderio
di una serenità
che non mi appartiene
ma che desidero
con tutto il mio esistere.

Aspetto inerte
passiva e consapevole
che è qualcosa
di inafferrabile
così come lo è
la certezza.

                    Maria Mastrocola Dulbecco

sabato 15 luglio 2017

IL MARE



 

IL  MARE

 

Il mare, mi accarezza

le guance

mi accoglie

mi avvolge

mi solleva

mi rincuora

mi libera

mi isola

mi tiene compagnia

mi parla

mi ascolta

mi fa le sue confidenze

ascoltando le mie

 

                    Maria Mastrocola Dulbecco

 

 

 

 

 

domenica 9 luglio 2017

LA ZIA MARIA

Zia Maria
Strappiamo un altro foglietto?
Quando ero piccola e abitavo in un piccolo paese Abruzzese, San Salvo (Chieti) quasi sempre arrivava la zia Maria da Torino. A lei piaceva lavorare a maglia ma divorava i libri attaccandomi la voglia di leggere. Lei leggeva mentre sferruzzava, il libro appoggiato sulle ginocchia e le mani che intrecciava fili per fare cose meravigliose per noi nipoti e per suo figlio Paolo il mio cugino preferito con il quale giocavo e combinavo marachelle.
Con il passare degli anni e noi diventavamo più grandi, lei fantasticava con noi.
Quanti vestiti di “cadì” abbiamo sognato insieme mentre sferruzzava niki e golfini
. Descriveva i modelli che le sarebbero piaciuti e noi con lei.
Quando arrivava portava sempre un bel guardaroba e prima di tutto i suoi bellissimi cappellini che insieme ad una vestaglia costituivano la mia ammirazione.
Quella vestaglia lunga che io e Paolo indossavamo e giocando alle signore, ci specchiavamo in quel grande specchio dell’armadio di mia mamma.
Un anno portò una stoffa molto bella e mamma, con quella stoffa, le confezionò un vestito bellissimo. Era di una seta stupenda e io raccattai tutti i pezzi avanzati per farne un vestitino alla mia bambola. Lei con Paolo doveva andare al mare a Viareggio…che favola per noi che pensavamo a Viareggio come al posto più bello per una villeggiatura.
Zia Maria, zio Gaetano e Paolo sono ricordi di un arrivo speciale per Natale e per le vacanze estive…
 
La zia Maria è la signora in centro.
Foto scattata da un fotografo ambulante a Torino nel primo dopoguerra con zia Vutalina a sinistra in attesa di trasferirsi negli USA da suo marito.
A destra mia madre Filomena Lucarelli

martedì 4 luglio 2017

APPUNTI



 

APPUNTI

 

Le mie storie su San Salvo continuano ricordando tanti personaggi che ho incontrato nella mia vita da bambina e poi adolescente :

-Achille  il portalettere,  la sua umanità. le lacrime nel consegnare posta che  sapeva fonte di cattive notizie quando queste arrivavano dai soldati al fronte durante la seconda guerra mondiale.

-Gerardo che andava a prendere i miei zii alla stazione con la carrozza quando arrivavano da Torino e io ero con loro.

-Mia mamma che andava a “segnare” la dote per una valutazione nei matrimoni.

-I casolani che mi portavano il formaggio di latte misto pecora e mucca perché sapevano mi piaceva. Venivano da mia mamma  che faceva la sarta.

-A tale proposito ricordo le donne del paese che misuravano il filo e portavano alla mamma cento metri che (avevano calcolato) doveva bastare per cucire un vestito.

Da bimba ho assistito a mille diatribe sulla affermazione che quel quantitativo doveva bastare, Questo prima che sul mercato si trovassero le spolette di filo della  Cucirini Cantoni Croatis  dall’emblema dei tre cerchi concentrici.

-Mille altri avvenimenti rimasti nella mia mente e che  si svolgevano in quel piccolo paese fotografato intatto alla mia memoria che viveva nei suoi tre o quattro kilometri quadrati lontano da altri centri non facilmente raggiungibili.

-Il dialetto non  era contaminato e si distingueva dai paesi confinanti lontani almeno dieci chilometri.

 

Ho sintetizzato  ma raccontarli mi emozionano e mi fanno sentire ancora  “sansalvese”

 

                                  Maria Mastrocola Dulbecco

 

domenica 2 luglio 2017

CERIALE (Liguria)


Ore 6,30     Ceriale  Agosto  1995?

La spiaggia è ancora addormentata, deserta, il mare calmo appena si muove.

Il risveglio non è assordante come le ore che seguiranno.

Le onde lambiscono la sponda pigramente quasi a non voler  disturbare le persone che ancora dormono dietro le finestre socchiuse di fronte a questa massa stupenda di acqua azzurra.

Il furgoncino della stampa preceduto dal rumore di una saracinesca che si alza lascia il suo pacco di giornali.

Un altro furgone arriva a scaricare altri giornali forse riviste, ripartono e nel silenzio assoluto  il rombo di questi motori  sono amplificati al massimo.

Passa una famiglia di quattro persone, forse si godono una passeggiata sul bagnasciuga prima che venga invasa dai bagnanti.

Due pescatori  con le canne in mano  attraversano la passerella per guadagnare il posto migliore sull’isolotto che si trova al fondo ma qualcuno li ha già preceduti. Resteranno tutta la mattina, con le loro attrezzature migliori e le ultime esche comprate al negozio di “Caccia e pesca”  con la speranza di agguantare qualche pesce.

Due cocorite, dentro una gabbia appesa al balcone di fianco iniziano il loro chiacchiericcio, sono variopinti e per un attimo attirano la mia attenzione.

Più tardi è un andirivieni di mariti che vengono a conquistare un posto  sul pezzo di spiaggia libera piantando l’ombrellone e preparando le sdraio per le mogli o anche per loro. Ci si prepara a trascorrere una giornata al sole.

Paolo è sceso giù a portare il cane  poco  più giù nel viale dove in un apposito piccolo ritaglio lungo la ferrovia, anche loro possono fare i loro comodi.

Io vado giù a sedermi su una sdraio che gentilmente la padrona dello stabilimento di sotto mi mette in riva al mare. Passo prima a prendere un caffè e fare due parole con loro.  Ho bisogno di rilassarmi, di dimenticare le preoccupazioni che al lunedì mi attendono in città ed allora mi tuffo nell’acqua perché quello per me è un momento di  serenità, racconto al mare i miei dispiaceri e questi si attenuano a quel liquido tepore e mi infonde un po’ di speranza, mi ricarica per affrontare domani.

Mi porto un libro per avere un contegno visto che sono sola in mezzo a tanta gente che  allegra schiamazza, grida con i bambini, sorridono, si scambiano opinioni sulla giornata  e sui conoscenti assenti.

Non resto molto, non sono serena, scappo sopra tanto dal balcone posso guardare  tutti e  quel mare immenso mi ispira fiducia in quel domani che non ha pietà di me.

                                                   Maria  Mastrocola  Dulbecco